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di Davide

Essere sempre reperibili: il prezzo (e il senso) di un mestiere che non si ferma mai

2026-08-02 17:47

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Essere sempre reperibili: il prezzo (e il senso) di un mestiere che non si ferma mai

Come si convive con un lavoro che non conosce orari, senza perdere se stessi    C'è una domanda che mi fanno spesso, di solito con un misto di curiosi

 

 

 

Come si convive con un lavoro che non conosce orari, senza perdere se stessi

 

 

 

C'è una domanda che mi fanno spesso, di solito con un misto di curiosità e preoccupazione: "Ma tu stacchi mai?". La risposta onesta è che no, non del tutto. Il telefono può squillare alle tre del mattino così come alle tre del pomeriggio, e in questo mestiere non esiste un momento in cui puoi davvero permetterti di essere irraggiungibile. Un lutto non guarda l'orologio, e chi lo vive ha bisogno di trovare qualcuno dall'altra parte, subito, senza dover aspettare l'orario d'ufficio.

Per anni ho pensato che questo fosse semplicemente il costo da pagare, qualcosa da accettare in silenzio. Con il tempo ho capito che va gestito, non solo sopportato — altrimenti si finisce per pagarlo due volte: una nel lavoro, una nella vita privata.

Il corpo non è una macchina, anche se il lavoro a volte lo pretende

Mantenere una condizione fisica e mentale adeguata mentre si è costantemente reperibili non è una questione di forza di volontà, è una questione di organizzazione. Ho imparato, con qualche errore, che dormire in modo discontinuo per anni ha un costo reale, e che ignorarlo non lo rende meno vero. Le cose che mi hanno aiutato non sono soluzioni straordinarie: ritagliarmi comunque dei momenti fissi, anche brevi, che nessuna chiamata mi toglie; muovermi fisicamente ogni giorno, anche poco; e soprattutto, imparare a riconoscere quando sto arrivando al limite invece di aspettare di superarlo.

La famiglia sente il peso, anche quando non lo dice

Chi mi sta vicino ha imparato a convivere con una cena interrotta, una serata che salta, un weekend che cambia programma all'ultimo momento. All'inizio pensavo che bastasse "recuperare" il tempo perso in altri momenti. Ho capito che non funziona così: quello che conta di più non è la quantità di tempo insieme, ma la qualità dell'attenzione che riesco a dare quando ci sono davvero. Ho imparato a comunicare in anticipo quando posso, a essere onesto quando non posso esserlo, e a non lasciare che il lavoro riempia ogni spazio silenzioso solo perché è sempre lì, disponibile a farlo.

Cosa fare quando non stai bene, e il telefono squilla comunque

Ci sono giorni in cui non sto bene — fisicamente stanco, o semplicemente svuotato — e in cui il lavoro non si ferma ad aspettare che io stia meglio. In quei momenti ho imparato una cosa che mi è costata tempo a capire: prendersi cura degli altri, in un momento delicato come un lutto, richiede prima di essere in grado di prendersi cura di se stessi, almeno un minimo. Non è egoismo, è responsabilità verso chi mi sta affidando un momento così importante. Per questo, quando posso, mi appoggio a chi lavora con me: un mestiere come questo, se lo si affronta davvero da soli senza mai condividere il peso, prima o poi si paga.

Non ho una formula che risolve tutto questo in modo definitivo. Quello che posso dire è che la reperibilità continua non si "vince", si gestisce giorno per giorno, con qualche compromesso e qualche errore lungo il strada. E che riconoscere i propri limiti, invece di negarli, è probabilmente la parte più difficile — ma anche la più necessaria — di questo mestiere.