Sono nato e cresciuto in Sicilia, e per i primi anni della mia carriera il modo in cui si viveva un lutto mi sembrava un dato di fatto, quasi naturale, come il clima o il dialetto. La veglia che dura tutta la notte, la partecipazione di un intero quartiere, certi gesti e certe parole che si tramandano senza che nessuno le abbia mai scritte da qualche parte. Poi mi sono trasferito a Milano, e ho scoperto che quello che consideravo "normale" era in realtà una delle tante forme che il lutto può prendere.
Le prime differenze le ho notate quasi subito. I tempi sono diversi: al Nord si tende ad accelerare ciò che al Sud si prende con più calma. La partecipazione delle comunità, spesso larghissima nei paesi siciliani, qui si concentra più sulla cerchia stretta. Anche certi gesti che per me erano scontati — il modo di vestire il lutto, le parole da dire o da evitare, il ruolo dei vicini di casa — a Milano seguivano regole non scritte completamente diverse, a volte quasi opposte.
All'inizio ho vissuto questa distanza quasi come uno spaesamento. Mi chiedevo se stessi facendo bene il mio lavoro, se le famiglie che accompagnavo sentissero la stessa cura che ero abituato a offrire, o se io stesso stessi perdendo qualcosa di quello che ero. Con il tempo ho capito che la domanda era sbagliata. Non stavo perdendo nulla: stavo semplicemente imparando che l'attenzione per chi soffre non ha una sola forma.
Quello che è rimasto identico, in ogni contesto, in ogni città, in ogni famiglia che ho incontrato, è il bisogno di essere ascoltati, di sentirsi accompagnati senza fretta, di trovare qualcuno che non applichi automaticamente una procedura ma che si prenda davvero cura di quel momento specifico. Cambiano i riti, cambiano i tempi, cambiano perfino le parole giuste da dire. Non cambia mai il bisogno di sentirsi capiti.
Oggi, quando guardo indietro, penso che aver dovuto imparare due mondi diversi mi abbia reso più attento, non meno radicato. Ogni tradizione che ho conosciuto lontano da casa mi ha insegnato qualcosa che nella mia terra d'origine avrei forse dato per scontato. E ogni abitudine che porto ancora con me dalla Sicilia mi ricorda che non esiste un solo modo giusto di dire addio a qualcuno: ne esistono tanti quante sono le persone che restano.
